Noi, ragazzi dello zoo di Berlino.

La stazione dello Zoo di Berlino

Ovvero chiedersi: quanto è profonda la tana del bianconiglio?

Ho scritto che avrei voluto scrivere di questa lettura anche nelle “Ultime” nella home del sito perchè “Noi, Ragazzi…” mi ha davvero colpito. Non posso negare che il mio rapporto con questo testo sia strano (complice anche il testo in se, ma a questo ci arriviamo poi), strano come il primo incontro con il libro fisico, davvero casuale, che mi ha portato a interessarmene subito e a risvegliare in me una curiosità quasi morbosa che… vabbè, strani giri.

Comunque, andiamo per ordine: mi capita sottomano un Sabato sera al Centro Zero questo libro; una versione vecchissima, del 1994. Prezzo in lire, copertina stropicciata e pagine ormai color terra di Siena. Sono curioso, di “Noi, Ragazzi dello zoo di Berlino” ne avevo sempre e solo sentito parlare; ricordavo da uno stralcio letto su un testo di antologia delle superiori che raccontasse la storia di una ragazza di circa 13 anni e del mondo della droga nella Berlino degli anni 70. Ricordo bene che al tempo ne rimasi super incuriosito, una curiosità quasi “morbosa” nei confronti di qualcosa, di un mondo che completamente ignoravo ma che per certi versi, sentivo vicino (in termini di età, sia chiaro!); volevo sapere cosa succedeva a questa ragazza, volevo sapere dove andava a finire, quanto si sarebbe scavata la fossa da sola. Ma ero piccolo e senza il coraggio di portare un libro che parla di droga in casa… Cosa che ora non sono più! Quindi quel sabato sera decisi che sarebbe stato forse il momento più adatto per colmare questa lacuna. Presi il libro, tornai a casa, parcheggiai l’auto e nel freddo di Gennaio, alla flebile luce dell’abitacolo (ed alle 3.00 di notte) iniziai ad scendere nella tana del bianconiglio.

Non voglio raccontare molto della storia in questo momento, sia perchè il libro e il film (che mi sono super ripromesso di guardare) hanno ormai quasi mezzo secolo e penso possano essere considerati dei cult visti da mezzo mondo, sia perchè non mi piace l’idea di fare spoiler all’altro mezzo mondo rimasto vergine di questa storia. Voglio solo raccontare cosa mi ha lasciato questo libro. E mi ha lasciato rabbia per come è scritto. Ma mi è anche piaciuto per come è scritto! Mi spiego.

Il libro viene detto subito è la messa per iscritto delle registrazioni che la protagonista Christiane (C. d’ora in avanti) registra in sede di colloqui con giornalisti e poliziotti a causa di un procedimento penale per possesso di droga in cui è coinvolta.. a 16 anni. Ecco, questo essere delle trascrizioni è la croce e la delizia della scrittura di questo romanzo. Le frasi sono brevi, semplici nella sintassi e con un linguaggio dal registro basso, quasi da slang. Non esistono periodi ma solo affermazioni. Pare di essere all’interno di un flusso di coscienza dove però i punti esistono e solo quelli, nessun’altro segno di punteggiatura. Attenzione, la punteggiatura in questo libro esiste, ma è usata in modo tale da dare questa sensazione di “persona che racconta i suoi ricordi a macchinetta perchè non ha pensieri per la testa, ma solo ricordi”. Ma come ho detto questo è croce e delizia, delizia perchè questa narrazione così veloce, rapida, secca, ti trasporta immediatamente per le strade di Berlino. Non ti fa volteggiare fra i palazzi per goder del panorama visto dall’alto, no, ti prende e ti sbatte, crudo, diretto sui marciapiedi, tra la gente, che ti guarda e ti giudica mentre tu sei solo un visitatore di questo mondo. Uno dei pregi più grandi di C. è proprio questo: il raccontarti la realtà così come lei la vive, senza filtri o arzigogolati cappelli narrativi. Ti permette, ti costringe a sentirti un berlinese, di odorare Berlino e di sentirti partecipe della (sua) storia.

Devo ammettere che nel periodo in cui ho letto questo libro sono arrivato a sentirne la mancanza in quanto durante la lettura davvero mi tele-tempo-trasportavo nella Berlino degli anni ‘70. Mi sentivo lontano mentre non leggevo. Avevo nostalgia. Non è una sensazione che ho avuto spesso; pochi libri, se non forse nessuno mi ha mai attratto a tal punto.

Una cosa che alla fine di tutto però mi è rimasta è la rabbia, il fastidio, un odio profondo per C. che attraverso le sue parole ci porta con lei, ci fa sentire parte della sua storia, ma che essendo -appunto- una storia, non permette di essere modificata. C. è odiosa, dalla prima all’ultima sillaba che pronuncia, ma nonostante questo non sei in grado di non provare empatia, disprezzo, pietà e ripudio per lei. Senza mezzi termini. Incarna l’animo della persona afflitta e sconvolta dagli eventi del mondo attorno a lei, un mondo apatico, egoista, adulto, che altro non fa che schiacciare questa bambina. Ma lei è solo questo, una bambina, e come ogni bambino cresce assimilando il comportamento degli adulti, volendo imitarli, volendo essere come loro, desiderosa di essere accettata nel loro mondo, un mondo dove ognuno basta a se stesso. Un mondo però per cui non è ancora pronta.

“Noi, ragazzi dello zoo di Berlino” è la storia di un fallimento. Non di una sconfitta; una sconfitta implicherebbe l’esistenza di una qualche sorta di avversario che contro di noi agisce e combatte. No, questo è un semplice e solo fallimento, personale e sociale. Nessuno ha vere colpe, ma chiunque ha responsabilità.

Forse ci sarebbe ancora qualcosa da dire. In futuro magari.


di Christiane F. / Biblioteca Universale Rizzoli / XI edizione del 1994 / 346 pagine